Godless – Caro vecchio Western - TV Recensione

Girare una miniserie – o qualsiasi altra cosa – di genere western nel 2017 è, a essere buoni, quanto meno rischioso. E’ un po’ come invitare a tenere un discorso davanti ai tuoi amici mezzi hipster quel nonno che, per carità, ha delle storie meravigliose, ma che rischia costantemente di ripetere sempre le solite tre-quattro cose o, non volesse Dio, buttarsi in una qualche filippica su quanto le cose fossero migliori ai suoi tempi, quando i treni arrivavano puntuali. Ma è meglio che mi tolga subito da questa metafora, prima di rimanerci totalmente incartato, dicendo che Godless, viva Dio, non è il nonno di nessuno.

Il problema grosso nell’approcciarsi al western è che il western, oggi,  è più morto che vivo. La mia ipotesi, e prendetela come l’ipotesi di un tizio sull’internet, è che essendo un racconto basato sulla frontiera, sia essa una frontiera fisica (cowboy-indiani) o economica (insediamenti-società capitalistiche), nel momento in cui la percezione della frontiera scompare, il western stesso è destinato a scomparire. E’ un genere che si basa su un dualismo: noi e l’Altro che ci assedia, in qualsiasi modo questi vengano declinati. Dentro e fuori, in pratica. Ma, ovviamente, dato che il cinema non vive in un mondo a sé, questo dualismo è andato col tempo a franare, un po’ come tutti i bei dualismi.

Scott Frank e Steven Soderbergh, però, con Godless riescono a evitare sia di truccare a bella posta un cadavere, sia di creare una narrazione contemporanea che col western c’entra ben poco, spacciandola per tale. Già la trama dovrebbe fugare ogni dubbio: Roy Goode (Jack O’Connell) dopo aver rubato dei soldi a Frank Griffin (Jeff Daniels) e alla sua banda finisce, piuttosto malconcio, a nascondersi a Le Belle, paesino minerario in cui tutti gli uomini sono morti per un incidente. Intanto Frank gli dà la caccia, sterminando qualsiasi villaggio dia aiuto a Roy. La trama di tutte e sette le puntate è questa. La storia in sé è lineare e classica: si arriverà dove chiunque abbia visto (anche per sbaglio) un solo film western su Rete4 sa che si dovrà arrivare.

Quello che colpisce di Godless è la capacità di creare un mondo western a 360 gradi. Una volta delineata la storia nelle prime due puntate, infatti, la serie si sofferma sulla vita di Le Belle. In questo i ritmi sono particolarmente cinematografici, mai episodici. E’ bello stare a guardare anche per sequenze lunghissime, quasi dieci minuti, Roy che addestra cavalli o le donne di Le Belle che cercano di tirare avanti dopo che sono morti tutti gli uomini. Ovviamente ci sono esplosioni di violenza, tanto subitanea quanto feroce, ma non è mai una violenza compiaciuta. Non cè nulla, (ok, quasi nulla) di esaltante nei duelli di Godless. La cifra stilistica (e ideale) su cui si muove la serie è quella di un lungo, malinconico, requiem.

Frank e Soderbergh per creare il loro mondo pescano a piene mani dall’intera tradizione. La realtà che creano diventa quindi summa di ottant’anni di narrazione cinematografica. Dentro c’è sta l’immaginario del cowboy solitario alla John Ford, quello della piccola città di frontiera che se la deve vedere con la spietata società mineraria capitalistica alla Cimino; c’è, ovviamente, Sergio Leone con i suoi fuorilegge e perfino il western apocalittico di Cormac McCarthy e così via. In Godless si respira l’epica western, quell’epica per cui i dialoghi non contano veramente un cazzo, dove i rapporti si sedimentano imparando ad andare a cavallo o a caccia e l’evoluzione psicologica è sottolineata dai vestiti che si indossano. E’ un western fatto di uomini forti e silenziosi, evviva!

Ma Godless è un western del 2017. Non si accontenta di ricreare un bel mondo antico in cui lasciar giocare le sue figure archetipiche. Se gli uomini sono dei duri, lo sono anche le donne, su tutte Mary Agnes (Merrit Wever) la sorella dello sceriffo (che per inciso è uno Scoot McNairy che si mette sulle tracce dei fuorilegge mentre sta diventando cieco e ditemi voi se questa figura non urla già di suo CREPUSCOLO o anche IL GRINTA), e Alice Fletcher (Michelle Dockery), donna che vive ai margini della città insieme al figlio mezzo indiano e alla suocera tutta indiana. Sotto questo aspetto, lo sterminio degli uomini di Le Belle potrebbe apparire quasi un paraculata programmatica, e magari lo è pure, ma la messa in scena e la cura della sceneggiatura verso i personaggi e le figure delle donne del villaggio è così attenta che bastano appena poche scene per conoscere quelle quattro disperate, che ad avercene di paraculate così.

Qua, per concludere, dovrei un minimo accennare ai difetti della serie e sicuramente Godless ne ha pure, ma è una gioia così grande guardarla e perdersi nel mondo di Le Belle, con i suoi paesaggi e i suoi personaggi “larger than life”, accompagnati dalle musiche di Carlos Rafael Rivera, che non ne ho la minima voglia. Quindi diciamo che sì, Godless ha dei difetti, ma per una volta…Chissenefrega, guardatela!

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