Black Mirror: Stagione 4 – Ritorno al futuro - TV Recensione

Ok, togliamoci subito questo dente: la quarta stagione di Black Mirror è abbastanza una delusione.

Il motore della narrazione della serie viene esplicitato fin dal titolo: lo specchio scuro a cui fa riferimento, infatti, non è altro che quello della tecnologia, per esempio lo schermo dei nostri cellulari, che ci rimandano un’immagine di noi stessi, distorta e esagerata quanto si vuole, ma, appunto, pur sempre di specchio si tratta. Prendiamo The entire history of you, il terzo episodio della prima stagione. Lì il techno-robo dell’occhio portava al parossismo un’emozione totalmente umana e con cui era facile identificarsi come la gelosia. Quindi, ci si è sempre mossi su una duplice direttiva in Black Mirror: tecnologia e umano, spesso negli abissi di entrambi.

Mi sono dilungato in questo bigino di Black Mirror particolarmente didascalico perché la quarta stagione non è tanto deludente in fatto di qualità (tranne per un paio di episodi), quanto perché si discosta enormemente da quelle che erano state le premesse filosofiche, sociali e perfino politiche delle stagioni precedenti. Al che mi si può ribattere “Sì, ma Samue’, esci da questa tua comfort-zone ideologica”, e per carità, avreste tutte le ragioni del mondo, ma insomma, se mi trovo Spike Lee che dirige Nascita di una nazione, permettete che ci rimanga quanto meno perplesso.

Evitando di discutere la qualità dei singoli episodi*, quello che mi interessa qua è sottolineare come a fronte di un aumento nel comparto tecnico, soprattutto per quanto riguarda regia e fotografia, il livello delle sceneggiature è calato drasticamente, mostrando una preoccupante pigrizia narrativa. Questa pigrizia si mostra su due livelli: il primo è quello di concentrarsi su delle storie, magari godibilissime e anche belline, ma che di ambiguo o controverso hanno ben poco. Mai come in questa stagione, infatti, la sceneggiatura ci dice chiaramente chi è buono e chi è il cattivo, tranne forse in un qualche raro caso (Arkangel).

Il secondo livello di pigrizia si trova nel fatto che le diverse storie vanno proprio come uno si aspetta che andranno. Non ci sta mai un qualche guizzo di sceneggiatura, né magari in qualche piccolo momento, né nelle storie in generale. Anche se, fortunatamente, non si cade quasi mai nel tedio (ciao, Metalhead), però si è persa quella sensazione di stupore e angoscia che si provava nelle stagioni precedenti, quando uno dei motori era proprio vedere quanto era fondo l’abisso umano.

Però, come detto prima, in fondo questa quarta stagione di Black Mirror non è che sia bruttina qualitativamente. Anzi. Alcuni episodi, pur con le loro forzature, sono delle ottime storie di genere. Crocodile, per esempio, è un buon thriller gelido, o Hang the DJ, di controparte, una carinissima storia d’amore e sull’amore. E questo è grosso merito del comparto tecnico, che si avvale di registi come John HillcoatTim Van Patten (forse uno dei migliori registi televisivi in circolazione), o anche una buonissima Jodie Foster.

L’impressione, quindi, non è tanto una svalutazione della serie dovuta a un qualche limite imposto da Netflix, che, anzi, si vede che ci punta molto, anche a livello di investimento, quanto, forse, a una stanchezza di Charlie Brooker che si è trovato a dover scrivere sei episodi in appena un anno. Trovandosi, così, a mettere da parte la cura per le tematiche e le ambiguità delle stagioni precedenti, puntando maggiormente a una narrazione fine a se stessa, bellina quanto si vuole, ma che appare piuttosto incoerente con il passato. Fino quasi a tradirlo con il finale di Black Museum, in totale opposizione rispetto alle posizioni prese in un White Bear o in Shut Up and Dance).

Insomma, speriamo che Black Mirror non diventi un Broken Mirror.

* Se proprio ci tenete:
USS Callister: No
Arkangel: Sì
Crocodile: Ma sì, dai
Hang the DJ: Bellina
Metalhead: Assolutamente no
Black Museum: Più no che sì

 

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