American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace – Caduta di un Dio - TV Articolo

15 Luglio 1997.

Pochi colpi di pistola che squarciano la caotica quiete di Miami Beach, un paradiso patinato e immobile, sospeso tra l’essere e l’apparire. Sulle scale d’ingresso della sua faraonica villa, giace in una pozza di sangue Gianni Versace. Il Dio della moda è stato assassinato. Il mondo perde un artista immenso che, paradossalmente, verrà consacrato a leggenda proprio in seguito alla sua tragica scomparsa, dopo aver scosso il mondo della moda dalle fondamenta e averne rivoluzionato stilemi e convenzioni.

Ma chi lo ha ucciso? E perchè?

Ancora oggi il caso della morte del più famoso stilista italiano di sempre, uno degli artigiani più talentuosi che abbia mai lavorato nel settore della moda, non ha trovato una risoluzione definitiva. Eppure non è quello su cui vuole farci ragionare questo secondo capitolo di American Crime Story, serie TV procedurale e antologica che, nella prima stagione, aveva analizzato un altro celebre caso americano, quello del processo a O.J. Simpson. Era stato un esordio folgorante che, per nostra fortuna, sta avendo un seguito importante anche con questa seconda stagione. Ed è inutile negarlo: siamo italiani. Siamo italiani fino al midollo ed è inevitabile sentirsi addosso, anche a distanza di oltre vent’anni, tutto il peso della morte di un personaggio come Versace. Un uomo, un artista che ha letteralmente reinventato la moda, sovvertendone clichè e istituzioni con il suo estro, il suo talento e, perchè no, con la sua ambiguità.

The Assassination of Gianni Versace non è una serie che si pone come obiettivo quello di creare tensione intorno all’atto dell’omicidio, al colpevole o alle circostanze in cui si è svolto. Di fatto la sequenza della morte di Versace è praticamente data in pasto allo spettatore già nei primissimi minuti, per poi guidarlo con dei balzi temporali tra i momenti precedenti e successivi all’attentato. E sarebbe troppo facile consigliarvi di guardare questa serie tirando in ballo esclusivamente la bravura del cast: da un Edgar Ramirez che è a attratti impressionante per quanto somigli al vero Versace, ad una Penelope Cruz che grazia in bellezza la vera Donatella e ne esalta il personaggio con una prova di un’intensità raggelante. E c’è un Darren Criss eccezionale nei panni del maniaco omicida Andrew Cunanan, ad oggi l’unico indiziato (e mai incriminato) per l’omicidio. Si, lì in mezzo fa un figurone anche un redivivo Ricky Martin nei panni del compagno di Gianni Versace, Antonio D’Amico. Una sfilata di attori che sembrano dare vita ad una gara di bravura, sequenza dopo sequenza, inquadratura dopo inquadratura. E parlando di inquadrature non possiamo che rimanere estasiati già difronte alla regia e alla fotografia del primo episodio, che è un qualcosa di così potente a livello visivo dall’essere a tanto così dal provocare nello spettatore una vera e propria sindrome di Stendhal.

Ma la serie lavora sottotraccia presentando la sua facciata da thriller procedurale (dove l’indagine in sè, a dire il vero, ha ben poco di intrigante) solo per palesare abbastanza chiaramente il vero tema centrale che caratterizzerà l’intero andamento di questa stagione: l’inadeguatezza. L’inadeguatezza di un ragazzo senza nè arte nè parte, che vive con disagio e malessere la sua sessualità ed il complesso di inferiorità verso chiunque abbia ottenuto fama e notorietà. L’inadeguatezza di una donna a cui il talento è sempre mancato ed a cui il ruolo di mera musa ispiratrice è sempre andato stretto, come il singolare che tenta costantemente di trasformare in plurale (“E’ così che voglio che sia la mia sfilata” – “La NOSTRA sfilata!“). L’inadeguatezza di un uomo che, a conti fatti, era più un maggiordomo che un compagno, nonostante i suoi sentimenti fossero una delle poche cose sincere e reali in un mondo che ha sempre fatto dell’apparenza e dell’ipocrisia le sue colonne portanti. L’inadeguatezza di un genio, troppo grande per un mondo che gli si stava accartocciando intorno, stritolato dalla sua stessa magnificenza, dal suo carisma sconfinato e soprattutto dalla sua viscerale volontà di osare, di stupire e, in un certo senso, di scandalizzare. E’ il conflitto interiore il motore trainante che spinge tutti questi personaggi verso il baratro e al contempo dà loro una ragione per vivere, per morire e per uccidere. Ed è curioso ragionare anche sul valore duale dell’omosessualità: status universalmente e tacitamente riconosciuto (nonchè accettato) nella moda e costante tabù non appena flash e riflettori si abbassano.  E questa dualità si riflette anche nel modo che hanno i due protagonisti di vivere la propria omosessualità: Versace che fa di tutto per sdoganarla e renderla “accettabile” agli occhi del mondo e Andrew che la vede come un elemento castrante, tanto da viverla quasi esclusivamente con degli atti di dominazione estrema.

Mentre scriviamo, questa seconda stagione (trasmessa in esclusiva su Sky dal canale Fox Crime) di American Crime Story è giunta al quinto episodio ed il livello qualitativo dello show continua ad essere altissimo. Il nostro consiglio, se ancora non l’aveste fatto, è quello di recuperare la prima stagione per poi immergervi in questo perverso mondo di pailletes e seta e luci stroboscopiche e flash di fotografi.

Perchè non capita tutti i giorni di veder nascere un Dio…Figuriamoci vederlo morire.

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