Yomawari: Midnight Shadows - Recensione

Le declinazioni dell’orrore sono molteplici e, specialmente in ambito videoludico, sono tantissimi i software che si sono dimostrati capaci di confermare quanto appena detto. Sia che si tratti di scegliere lo psicologico approccio di un Silent Hill a caso, oppure che si opti per mostrare la concretezza delle aberrazioni generiche in un Resident Evil, fino a giungere ad imbastire un virtuale incubo in The Evil Within (e relativo seguito), non esiste una maniera canonica per rappresentare la paura e l’angoscia. Pertanto non deve stupire il curioso approccio impiegato da Nippon Ichi con Yomawari: Midnight Shadows, seconda incarnazione di un brand dal gusto squisitamente nipponico in grado di dimostrare, ancora una volta, come gli incubi non possano essere circoscritti all’interno di un’estetica universalmente definita.

Storie di orrore ed amicizia

Quella tra Yui ed Haru è un’amicizia importante, un legame profondo tra due bambine bisognose di affetto, di qualcuno su cui poter sempre contare. Peccato che tutto questo sia, però, destinato a finire in maniera alquanto repentina, dato che al termine dell’estate una delle due sarà costretta a trasferirsi in un’altra città. Ecco, quindi, che l’immancabile spettacolo pirotecnico indetto per salutare la stagione più calda dell’anno, diviene anche l’ultima occasione utile per giurarsi amicizia eterna. È sulla strada di casa, però, che accade l’imprevisto, quando alcune voci nella mente di Haru assumono la forma di un affilato demone che fa sparire Yui nel nulla. Spetterà all’amica, ignara dell’accaduto, lanciarsi alla sua ricerca, potendo di tanto in tanto contare sull’aiuto del piccolo cagnolino della bambina scomparsa. Niente di particolarmente complesso e che non si sia già letto o visto in un qualsiasi manga o anime, increspato soltanto da un breve incipit/tutorial il cui significato si andrà a svelare sotto i nostri occhi soltanto nelle battute finali di Yomawari: Midnight Shadows. Il lavoro di Nippon Ichi sceglie di ripercorre in tutto e per tutto il sentiero tracciato nel precedente episodio, limitando a piccoli appunti rinvenibili nella mappa di gioco lo sviluppo della blanda trama, che avrà qualche lieve sussulto soltanto nell’ultima sezione. Procede affiancato al proprio passato anche il gameplay che, seppur inizialmente spalmato su due linee narrative ben distinte, si baserà unicamente sull’esplorazione abbinata allo stealth. In Yomawari: Midnight Shadows, difatti, potremo soltanto correre e nasconderci dalle sinistre creature che si aggirano per il mondo di gioco: preannunciate da un aumento dei battiti cardiaci della protagonista, gli yokai nipponici saranno in grado di ucciderci con un solo colpo, situazione che renderà imprescindibile il reperire in tempi rapidissimi i vari nascondigli, oppure la saggia gestione della barra della stamina che regolerà la nostra capacità di corsa. In alcune situazioni sarà possibile distrarre le creature lanciando vari oggetti, ma appare evidente come il nascondino sia la scelta più indicata. Unica nostra concreta alleata sarà una torcia, che potrà tornarci utile contro alcune creature: spetterà a noi scoprire quali di volta in volta. Yomawari: Midnight Shadows è infatti un titolo fortemente incentrato sul trial and error più sfrenato, spesso presente in maniera alquanto subdola e discutibile: nelle circa 5-6 ore necessarie ad arrivare ai titoli di coda, saranno difatti frequenti le morti avvenute perché un ostacolo si è materializzato davanti a noi senza lasciarci alcuna possibilità di reazione. Se a questo si somma la sporadica assenza di indicazioni relative ai vari obiettivi da raggiungere, appare evidente come l’esperienza ludica possa rivelarsi assai frustrante per i meno pazienti. Sotto questo punto di vista spiace constatare come non siano state limate tali incertezze, che già avevano caratterizzato il precedente capitolo. Meno male che almeno la disposizione dei checkpoint si è rivelata più azzeccata che in passato. Una volta metabolizzato il tutto, però, Yomawari: Midnight Shadows riesce a distinguersi all’interno dell’affollata schiera dei survival horror, vuoi per le meccaniche impiegate, vuoi per il particolare stile visivo adottato.

La paura non ha forma

La scelta di ambientare il tutto all’interno di un mondo isometrico, interamente realizzato in pixel art e caratterizzato da uno stile super deformed, potrebbe sembrare una scelta quanto mai azzardata viste le tematiche trattate. Eppure, nonostante la tensione sia giocoforza inferiore rispetto ad altri survival horror più espliciti, la tensione che si respira nel vagabondare all’interno dei sinistri ambienti di gioco è sempre palpabile. In questo senso è di assoluto aiuto il comparto audio di Yomawari: Midnight Shadoss, in cui il silenzio a tratti fortemente oppressivo si sposta in compagnia di suoni ambientali convincenti e di un effettistica in grado di far drizzare i capelli al momento giusto. Un’ennesima conferma di come il non mostrato riesca ad essere sempre inquietante. La stessa caratterizzazione delle creature, per quanto fumettose in certi casi, trasuda tutta la grottesca inquietudine di cui l’immaginario folkloristico nipponico è pregno e che trova il suo sfogo massimo nello splendido boss finale. Al netto della sua riuscita resa complessiva, il comparto estetico della produzione Nippon Ichi è comunque un mero riciclo di gran parte degli asset utilizzati nel precedente titolo: ambienti ed una larga fetta del bestiario vengono difatti riproposti in maniera sin troppo fedele, così come una della due protagoniste risulta essere praticamente un clone della sua più anziana omologa. Giusto per dovere di cronaca, inoltre, ci tengo a segnalare la presenza di un bug che mi ha costretto a riavviare la partita dopo circa una mezzora abbondante di gioco, dato che in seguito ad un game over non si era azzerato uno script fondamentale per il proseguo della trama.

Yomawari: Midnight Shadows è il classico seguito non seguito, un vero e proprio clone del suo fratello maggiore, di cui eredita in maniera troppo pedissequa pregi e difetti. La struttura ludica è rimasta difatti immutata, conservandone tutte le spigolosità ed i punti di forza, così come praticamente invariata è risultata essere la resa estetica complessiva. Sarebbe stato lecito aspettarsi la smussatura di qualche incertezza, di modo da rendere l’incedere un po’ meno frustrante, ma anche in assenza di ciò la produzione Nippon Ichi riesce a configurarsi come un onesto ed originale survival horror, anche se fondamentalmente identico al proprio predecessore.

  • Ambientazione originale ed azzeccata

  • Bestiario ben caratterizzato

  • Comparto audio ottimo

  • Identico al precedente capitolo

  • Meccaniche trial and error talvolta sbilanciate

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