Toki - Recensione

Quando ero ancora un innocente studente delle scuole medie, avevo un compagno di classe decisamente più irsuto della media, capace di far sembrare noi sbarbatelli ancora più piccoli di quanto fossimo in realtà. Andavamo molto d’accordo, e per qualche tempo siamo stati anche scalmanati compagni di banco (quante copiate durante i vari compiti in classe!), crescendo però, come spesso accade, ci siamo un po’ persi di vista, pur essendo sempre in contatto tramite i da me mai amati social. Ovviamente a quei tempi avevamo tutti dei nomi da battaglia, non sempre fantasiosissimi, per lo più storpiature dei nostri cognomi, ma lui era riuscito ad andare oltre questa banale consuetudine, riuscendo ad appropriarsi di un soprannome che, per la sua ricchezza tricotica, non poteva che tornami alla mente proprio in occasione di questa recensione: sì, lui per tutti noi non aveva né un nome né un cognome, ma era semplicemente conosciuto come Toki.

Questione di peli

Ok, l’introduzione non è che sia proprio un capolavoro del giornalismo videoludico (per quanto amatoriale possa essere il sottoscritto), ma onestamente non ho trovato un modo migliore per approcciarmi alla stesura della recensione di questo remake di un titolo arcade dei primi anni ’90. Anche perché non è che ci sia molto da dire in merito alla struttura e alla trama di Toki, visto che in fondo parliamo solo di una produzione nata sui cabinati delle vetuste sale giochi, il cui unico scopo era quello di spillare più monete possibili all’incauto giocatore. Ecco quindi che l’esile canovaccio di contorno voglia la bella del nostro protagonista rapita da un malvagio stregone che, non contento, lancia una maledizione sul baldo giovane, che finirà per tramutarsi in un nerboruto ed irsuto scimmione, in grado di saltare e sputare palle di fuoco. Un pretesto facile facile, buono solo a mettere in piedi un platform decisamente bastardo in cui, come vuole la tradizione, è sufficiente un solo colpo nemico per farci perdere una delle preziosissime e risicate vite a nostra disposizione. E vista la natura spesso trial and error, che renderà necessario memorizzare pattern e posizione dei vari ostacoli, vi ritroverete più e più volte a ripetere i 6 stage che contraddistinguono questa breve, almeno sulla carta, avventura. A rendere più semplici le cose, almeno in apparenza, ci penseranno alcuni power up temporanei, in grado di modificare il fuoco di Toki, oppure di consentirgli di assorbire due colpi prima di perire, o di saltare più in alto. Benvenuta anche la presenza di alcuni checkpoint all’interno dei vari livelli, oltre che di una serie di crediti (inseriti appositamente in questo remaster) che ci permetteranno di riprendere l’avventura dal mondo che saremo riusciti a raggiungere. Tra le aggiunte che caratterizzano la riproposizione moderna del titolo TAD Corporation, troviamo anche una modalità speedrun, 3 livelli di difficoltà, alcuni filtri in grado di riprodurre l’effetto degli schermi a tubo catodico, oltre ad un jukebox tramite il quale ascoltare i brani della colonna sonora. Al netto di ciò, però, la struttura di Toki è rimasta la medesima del 1991, sia per quanto concerne la natura ed il posizionamento dei nemici, sia per ciò che riguarda la conformazione dei vari livelli.

Figlio del suo tempo

L’unica concessione alla modernità che il titolo Microids si concede, quindi, è da ritrovare esclusivamente nel rinnovato comparto grafico, realizzato interamente a mano. In questo senso il lavoro svolto è davvero encomiabile, visto il modo convincente in cui è riuscito a rivitalizzare, senza snaturarlo, il design originale della produzione. È quindi innegabile come visivamente questo nuovo/vecchio Toki abbia ancora qualcosa da dire, anche se purtroppo non pare essere abbastanza: riproporre in modo fedele su console casalinghe, con tutti i suoi contro dovuti all’epoca e allo scopo del software originale, un gameplay fortemente ancorato al mondo degli arcade succhia soldi, appare ben presto un’operazione alquanto rischiosa, visto il poco spessore che già contraddistingueva Toki sin dal suo debutto. Passi il tasso di sfida decisamente fuori scala rispetto all’attualità, così come si può sorvolare sulla relativa brevità dell’avventura, ma proprio perché non siamo costretti ad investire tonnellate di monete (ad eccezione dell’esborso iniziale), è innegabile come ben presto ci annoierà la struttura ludica monocorde del gioco, così come la sadica gratuità di alcuni passaggi, imbastiti unicamente (ai tempi) allo scopo di svuotare con estrema rapidità il nostro portamonete. Ecco, quindi, che a meno di non essere degli inguaribili nostalgici, in cerca soltanto delle emozioni di un tempo, in tutto e per tutto, il ritorno di Toki non riesce a scaldare a dovere il cuore dei giocatori, proprio a causa dei suoi limiti strutturali e dovuti all’età. In questo senso scegliere una strada simile a quella intrapresa in occasione della passata conversione per Mega Drive, che vide l’inserimento di passaggi e stage inediti, avrebbe potuto risollevare un poco le sorti della produzione.

Toki ritorna, ma visto il risultato è come se non se ne fosse mai andato. Microids ci consegna, difatti, una fedele riproposizione del titolo TAD Corporation, scegliendo deliberatamente di non stravolgerne l’ossatura, limitando il restyling al solo comparto grafico. Scelta alquanto coraggiosa, capace di colpire nel segno per quanto riguarda l’impatto estetico, ma che finisce per mancare in modo evidente il bersaglio se parliamo di coinvolgimento ludico. Figlio del proprio tempo, Toki propone un gameplay quanto mai essenziale e smaccatamente punitivo, in perfetto stile arcade old style, ma proprio per questo sembra non andare d’accordo con il suo sbarco sulle moderne console casalinghe. Se lo avete amato in sala giochi, sentitevi pure liberi di alzare a piacimento il voto (al cuor non si comanda), altrimenti potete tranquillamente dirottare altrove i vostri risparmi.

  • Restyling grafico gradevolissimo

  • Gameplay ripetitivo e privo di profondità

2 Commenti a “Toki”

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