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Recensione The Lost Bear

di: Simone Cantini

Magari non avrà di certo inventato nulla di nuovo, ma è innegabile come Limbo abbia saputo inserirsi in maniera decisamente convincente (e per certi versi originali) all’interno del filone dei platform. Capita sempre più spesso, difatti, che ci si riferisca al titolo Playdead quando si vuole sintetizzare in maniera efficace il gameplay di tante produzioni videoludiche, pertanto non mi sono stupito nel ritrovare in The Lost Bear più di un’analogia con la cupa avventura del nostro bambino senza nome. Anche se i toni sono decisamente molto più giocosi e colorati.

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Tra sogno e realtà

La vicenda che fa sfondo alla, purtroppo, breve esperienza propostaci da The Lost Bear ruota attorno alla spasmodica ricerca di un orsacchiotto di pezza da parte di un bambino. Rubato in seguito ad una caduta da un dispettoso ragnetto, il morbido pupazzo ci costringerà a vagabondare in tre distinti livelli, in cui saremo costretti a confrontarci con le paure dell’infanzia: buio, mostruosi giocattoli ed improbabili rifugi segreti ci spingeranno a chiederci più volte se l’avventura che stiamo vivendo non sia altro che il frutto di un brutto sogno. A corroborare questa sensazione ci penserà anche il nostro piccolo amico di pezza, parente prossimo della confortante coperta di Linus, fungerà anche da salvifico feticcio, capace di tramutarsi in provvidenziale eroe ogni qual volta la situazione dovesse farsi estremamente pericolosa. Il tutto mentre dovremo saltare, correre e risolvere alcuni semplici enigmi che coinvolgeranno, in maniera estremamente intelligente, PlayStation VR e giroscopi del pad.  Pur non presentando virtuosismi elevati, le soluzioni ludiche escogitate da ragazzi di Odd Bug Studio riescono a calarsi in maniera decisamente sensata all’interno dell’avventura, oltre a vantare una realizzazione precisa ed efficace, capace di amplificare in maniera marcata il coinvolgimento generale. The Lost Bear non stupisce certo per la ricercatezza del suo gameplay, ma tutto quello che fa è confezionato decisamente bene: sia che si tratti di illuminare le tenebre per mezzo della luce del DualShock, sia si debba azionare una manopola girandola fisicamente, oppure che occorra scovare dei totem luminosi all’interno del teatro virtuale in cui ci troviamo ad assistere a questa delicata avventura, tutto avviene con estrema naturalezza, segno evidente di come il team sia riuscito a calibrare la propria visione ludica attorno all’hardware disponibile. Dove è, allora, che The Lost Bear finisce per scivolare malamente? Purtroppo, come sin troppo spesso accade per le produzioni virtuali, i limiti del titolo sono tutti da circoscrivere attorno alla sua risicata durata: in poco più di un’ora, difatti, giungeremo nostro malgrado ai titoli di coda, lasciando spazio ad ulteriori playthrough all’unico sblocco dei trofei. A dispetto della trama autoconclusiva, tutto ha l’aria di un capitolo strappato ad una produzione più ambiziosa, proposta comunque ad un prezzo adeguato alla proposta.

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Il fascino del teatro

Se lato gameplay The Lost Bear riesce a svolgere egregiamente il proprio compito, anche sul versante puramente tecnico la situazione è decisamente positiva. La scelta di ambientare il tutto all’interno di una sorta di teatrino virtuale, in cui i vari protagonisti in scena sembrano delle bidimensionali marionette di carta, ben si sposa con la resa garantita dalla realtà virtuale. Graficamente ottimamente definito e dotato di uno stile che è riuscito a ricordarmi alcune produzioni animate russe del secolo scorso, The Lost Bear è un piccolo gioiellino in grado di titillare in modo convincente l’occhio del giocatore. Pur se privo di dialoghi (la lingua parlata è composta unicamente da borbottii semi incomprensibili), le poche righe scritte sono interamente tradotte in italiano, oramai una quasi rarità quando si tratta di produzioni indipendenti destinate al PlayStation VR.

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The Lost Bear è un racconto delicato ed onirico, sicuramente non brillante in quanto a longevità, ma comunque capace di proporre un’ossatura ludica solida e divertente. Il prezzo a cui è proposto, se rapportato ai costi comunque gonfiati delle produzioni virtuali, è comunque proporzionale all’offerta, ma rimane comunque l’amaro in bocca al cospetto dell’ennesima produzione che, se ulteriormente rinforzata, avrebbe potuto ambire a ben altri risultati di critica. Il gioco e le idee ci sono, peccato che siano estremamente condensate.