The Last of Us - Recensione

Il mondo è ad un passo dalla fine. Una piaga ha colpito l'umanità, distruggendola quasi completamente: quella dei Cordyceps. Miliardi infatti sono state le vite annientate da questi funghi, parassiti in grado di introdursi nel corpo di un essere umano e, dopo averne ucciso il proprietario, prenderne il controllo.
Questo Joel ed Ellie lo sanno bene. Il loro cammino è lungo, pieno di insidie e tremendamente pauroso: un qualsiasi passo falso potrebbe significare la fine. Ed è la loro avventura il soggetto dell'ultima produzione firmata Naughty Dog. Una delle esclusive di maggior peso per la PlayStation 3, un gioco in grado di chiudere questa generazione di videogiochi in maniera spettacolare. Sì, stiamo parlando di The Last of Us, e quella che segue è la recensione di Console-Tribe.

Il mondo è ad un passo dalla fine. Una piaga ha colpito l’umanità, distruggendola quasi completamente: quella dei Cordyceps. Miliardi infatti sono state le vite annientate da questi funghi, parassiti in grado di introdursi nel corpo di un essere umano e, dopo averne ucciso il proprietario, prenderne il controllo. Ma se si pensa che il dramma, la vera catastrofe sia stata questa, ci si sbaglia di non poco: gli infetti sono stati i più fortunati, poiché sono andati incontro ad una morte lenta seppur dolorosa, ma liberatoria. Sono i pochi sopravvissuti invece quelli da piangere, le vere vittime di tale epidemia: presenti ancora in poche migliaia in tutto il globo, i superstiti vagano per le desolate terre di questo pianeta alla continua ricerca di cibo e di un posto sicuro dove trascorrere quello che gli rimane da vivere. Ma tutti loro sanno che non è rimasto più alcun riparo e che gli umani infetti, diventati mostri cannibali senza alcun senno, sono ormai ovunque. Bestie immonde pronte a cibarsi delle loro carni.

Eppure non sono i Cordyceps la minaccia peggiore, così come non lo sono la penuria di risorse prime e l’assenza di un qualsivoglia rifugio protetto: sono gli stessi esseri umani a ricoprire, ancora una volta, la parte dei cattivi. Perché, nonostante le disgrazie apparentemente infinite e la costante minaccia di una imminente e brutale morte, l’uomo è ancora in grado di essere il peggior nemico di se stesso.

Questo Joel ed Ellie lo sanno bene. Per tale motivo non si fidano di nessuno e viaggiano sempre guardinghi, coprendosi vicendevolmente le spalle. Il loro cammino è lungo, pieno di insidie e tremendamente pauroso: un qualsiasi passo falso potrebbe significare la fine. Ed è la loro avventura il soggetto dell’ultima produzione firmata Naughty Dog. Una delle esclusive di maggior peso per la PlayStation 3, un gioco in grado di chiudere questa generazione di videogiochi in maniera spettacolare. Sì, stiamo parlando di The Last of Us, e quella che segue è la recensione di Console-Tribe.

“La libertà è quello che ti resta quando hai perso tutto”

The Last of Us è quindi la narrazione del viaggio della strana coppia formata da Joel ed Ellie. Lui, spigoloso e rude contrabbandiere provato dalle atroci avversità che la vita gli ha posto davanti. E lei, dodicenne giovane quanto ingenua con un grosso fardello sulle spalle – e qui non andiamo oltre essendo una delle travi portanti della trama – ma comunque sempre curiosa e speranzosa per il futuro della sua specie.
The Last of Us: Joel e Ellie 
Il compito di Joel è quello di scortare la ragazzina dal classico punto A al punto B a seguito di un accordo con le Luci, un gruppo ribelle che cerca di combattere l’esercito che controlla le zone di quarantena con una crudele legge marziale. Crudele al punto che c’è l’immediata esecuzione per chiunque risulti positivo agli scanner dei soldati per aver contratto l’infezione. Un viaggio quindi, ma uno di quelli all’inferno e ritorno.

La base portante del gioco è questa, con una fondamentale aggiunta: il rapporto umano tra i due. All’inizio doveva essere un lavoro come un altro, ma il corso degli eventi, una promessa e una rivelazione-shock della ragazzina rovesciano e rimescolano i rapporti interpersonali tra i due, portando Joel verso sentimenti che credeva di non poter più provare a 20 anni dalla diffusione dell’infezione e dopo un tragico evento dell’epoca che scopriremo nell’introduzione. Tutto questo in un mondo che ormai pare trascinarsi faticosamente verso l’epilogo, più con rassegnazione che con voglia di migliorare le cose, fatto di desolazione e macerie, di pericoli e cospirazioni, di disperazione e di stenti.
Un plot magari non tra i più originali, che in mano ai Naughty Dog diventa qualcosa di incredibile per come si fonde con un gameplayche offre qualunque possibilità di scelta nell’approccio alle varie fasi dell’avventura. La prima impressione è di trovarsi davanti ad un normale action/tps e la cosa non sorprende arrivando dallo studio che ha dato vita a Nathan Drake e all’universo di Uncharted. Un genere che ultimamente ha deviato non poco dalla sua concezione originale, spostandosi sempre più verso scontri a fuoco ripetuti e incessanti, come per Resident Evil 6 o Dead Space 3 che hanno elevato alla massima potenza la definizione di third person shooter. Ma è appunto la prima, di impressione.
The Last of Us è infatti un survival come sul mercato non se ne vedevano da eoni. Le munizioni sono più uniche che rare e consigliano al videogiocatore di pensarci sempre molto bene prima di utilizzarle cercando subito lo scontro a fuoco. Molto più redditizio invece un approccio prettamente stealth, uno studio attento dei percorsi dei nostri nemici, una visuale d’insieme dell’ambiente alla ricerca di coperture e di elementi che possano aiutarci per passare indenni lo “stage”. Risulta quindi fondamentale esplorare al meglio le varie ambientazioni alla ricerca di tutto ciò che ci possa poi aiutare nel proseguimento del gioco. Chi però si aspettava un open world esplorabile a piacimento rischia di rimanere un po’ deluso: come per Uncharted saremo si abbastanza liberi, ma seguendo un binario di fondo dal quale non è comunque possibile deviare. Si fa infine ampio uso dei tasti azione – con i suggerimenti che potremo decidere di disattivare – sia nel combattimento coi nemici che nell’interazione con l’ambiente, specie per superare eventuali ostacoli cercando una soluzione in ciò che ci circonda e nella collaborazione di Ellie. 
The Last of Us: NemiciL’IA è curata e per una volta davvero intelligente. Ogni nemico ha una sua caratteristica che lo differenzia dall’altro e che ci obbliga a variare sempre e comunque la nostra strategia: i runner possono vederci e di conseguenza inseguirci senza sosta, i cliker sono ciechi ma reagiscono al minimo rumore, una squadra di soldati tenderà sempre a circondarci senza darci via di scampo… Immaginate quando abbiamo da affrontarli insieme! Una piccola critica che ci sentiamo di muovere è riferita alla stessa IA pur appena elogiata, ma questa volta quella riguardante Ellie e i vari personaggi che incontreremo e affiancheremo per brevi tratti. In questi casi avremo come alleati dei pezzi da 90 praticamente immortali che, se abbastanza vicini, ci aiuteranno spesso a togliere le castagne dal fuoco e a salvarci la pelle, sfruttando l’abbondanza – loro!!! – di munizioni e il fatto di non avere quasi mai un proprio indicatore dei danni che possa farci andare in game over a causa loro. Per difenderci potremo scegliere tra le armi bianche come coltelli o mazze o le classiche armi da fuoco, entrambe potenziabili nei rari tavoli da lavoro che incontreremo o in alcuni casi dal menù che si apre premendo il tasto select e che ci porta al contenuto dello zaino di Joel. Qui potremo creare kit medici, molotov, granate, coltelli e quant’altro in relazione a ciò che siamo riusciti a raccogliere esplorando le varie ambientazioni, oltre a potenziare perk importanti quali stamina, precisione, reazioni ad attacchi di nemici e velocità di creazione o utilizzo di ciò che ci stiamo portando dietro. Ad aiutarci ulteriormente la modalità “ascolto” di Joel, cioè la capacità azionando il tasto R2 di vedere i nemici ed i loro spostamenti, una meccanica che ricorda molto la modalità “detective” di Batman Arkham Asylum (e del suo seguito) o l’istinto di sopravvivenza di Lara nell’ultimo Tomb Raider.
The Last of Us: Ellie, nemici 
Come ciliegina sulla torta la modalità multiplayer: possiamo scegliere se impersonare le Luci o i Sopravvissuti, in una lotta alle ultime risorse che la terra ha da offrire in questo mondo post pandemia. Dopo aver scelto la fazione veniamo inseriti in automatico in una sorta di comunità, le cui statistiche sono il prodotto delle azioni dei vari componenti, che potremo aumentare noi stessi invitandoli dalla lista amici e perfino da Facebook per aggiungersi a noi. Il completamento – che porta al trofeo dedicato – di questo cammino si esaurisce dopo 12 settimane, in cui ogni partita corrisponde ad un giorno, quindi 7*12=84 partite in multiplayer necessarie per ognuna delle due fazioni. Principalmente due le modalità da segnalare: in Sopravvissuti saremo all’interno di un crudele tutti contro tutti senza respawn e con un solo vincitore, in cui dovremo fare attenzione ad ogni minimo spostamento consci del fatto che ogni passo falso verrà di certo punito dagli avversari, in particolare da coloro che preferiscono restare buoni buoni in modalità ascolto e sbucar fuori appena gli passiamo vicino. In Caccia alle risorse ci troviamo invece in un deathmatch con un numero limitato di vite: ci sono delle zone di rifornimento in cui potremo trovare i pezzi per costruire armamenti o migliorare i perk direttamente in-game e senza dover aspettare la pausa prima della partita successiva – anche se questo sarà comunque possibile farlo-, ma che logicamente ci espongono più facilmente al pericolo nemico. Come per l’avventura principale è preferibile un approccio ragionato ma soprattutto cooperativo con i compagni di squadra visto che atteggiamenti alla Rambo difficile che possano portare vantaggio alla squadra.

What the f**k!

Graficamente siamo ai livelli d’eccellenza per questa generazione di console. Anzi probabilmente anche oltre. Un’attenzione quasi maniacale anche ai minimi dettagli rende le varie ambientazioni e paesaggi al limite della perfezione, dandoci spesso l’idea di vedere un film e non di star semplicemente utilizzando il personaggio di un videogioco. Un sapiente uso di luci e ombre che non eccede mai dando l’idea del “finto”, ed anzi raggiunge l’apice proprio nei momenti in cui la grafica di un videogioco di solito soffre di più: nelle scene in cui è presente il fuoco – ma non è una novità per chi ha giocato la serie di Uncharted e per il grandioso lavoro dei Naughty Dogs in merito – ed in quelle sotterranee, dove le spore sospese in aria dei Cordyceps creano un’atmosfera angosciante quanto visivamente meravigliosa, quasi come uno sciame di lucciole letali nella tenebra. 

Qualche leggerissimo ritardo di caricamento delle texture non possono inficiare un giudizio più che positivo, ed anzi, sorprende la rarità con cui succeda vista la mole di dati da dover rendere sulla nostra tv. Probabilmente meglio di questo comprato grafico ci si potrebbe aspettare solo qualcosa alla Gamer, film del 2009 con Gerard Butler, in cui il videogiocatore controlla una persona reale impartendogli i comandi a distanza, in un mondo futuristico in cui il videogame è realtà, morti e mutilazioni comprese.
Il sonoro segue la via tracciata dal comparto video, all’insegna della cura e della qualità. I passi trascinati degli infetti, il vento che fa cadere le tegole dai tetti, i passi dei soldati che ci stanno cercando nella stanza accanto mentre siamo nascosti, il respiro affannoso dopo una fuga: tutto non fa che innalzare ulteriormente l’esperienza di gioco confermando la strada tracciata dal team di sviluppo nei precedenti lavori. Uno dei compiti più difficili da rendere partendo dal gioco originale era di sicuro il doppiaggio, ma anche qui solo complimenti agli stessi doppiatori, che riescono a mantenere intatte l’angoscia e la magia del titolo. E giochi come Heavy Rain ci dimostrano quanto possa essere importante un lavoro di questo genere per mantenere le stesse sensazioni e le stesse emozioni che giochi di questo tipo possono e vogliono darci.

The road to perfection

The Last of Us non è un gioco tecnicamente perfetto. Ma è più di un videogame per come è raccontato, per le emozioni che riesce a dare. È qualcosa che ti tiene incollato, sospeso, ansioso, ti prende a pugni nello stomaco – fin dall’introduzione! -, ti mozza il fiato, ti fa commuovere, arrabbiare e saltare sul divano.
Il gioco perfetto non esiste, perché altrimenti tutti giocherebbero solo a quello – come nella realtà virtuale di Player One di Ernest Cline – e nessuno si cimenterebbe nell’ideazione e nella realizzazione di qualcos’altro, sapendo di partire sconfitto in partenza. Ma The Last of Us nella sua eccezionale combinazione di trama, grafica, narrazione e gameplay è sicuramente quello che più si avvicina a quest’ambito traguardo. Lo zenith dei videogiochi per come li conosciamo ora.

La perfezione, nei videogiochi, esiste? Quest’anno è uscito un titolo che sembrava aver risolto questo dilemma stando alle recensioni uscite poco prima del D1. Una sfilza di 10 che già consacravano il GIOCO PERFETTO, il titolo simbolo di questa generazione di console e non solo. Come avrete capito stiamo parlando di The Last of Us, ultima fatica di Naughty Dog di cui potete leggere anche la nostra recensione e ci scuserete se non gli abbiamo messo 10 anche noi come gran parte delle testate più autorevoli del pianeta.

Continua a leggere la seconda opinione…

http://console-tribe.com/speciale/456/last-hype/