Syndrome - Recensione

Si dice che nello spazio nessuno possa sentirci urlare, e visto quante avventure a tinte horror sono sempre più ambientate in questo setting, viene quasi da tirare un respiro di sollievo al pensiero di quanto rumore ci stiamo risparmiando. Dopo la triplice infornata di Necromorfi del fu Dead Space ed il subdolo Xenomorfo di Alien Isolation, ci pensa difatti Syndrome a ricordarci quanto l’infinito e silente vuoto cosmico possa essere pericoloso. Mortalmente pericoloso.

Déjà vu

Bisogna dire che Syndorme non parte proprio da premesse originalissime, dato che ci ritroveremo calati nei panni di Trent Galen, membro dell’equipaggio della nave spaziale Valkenburg, che in seguito all’interruzione del consueto sonno criogenico ritrova il proprio posto di lavoro invaso da allegre creature pronte a fargli la pelle. Avrà quindi inizio il consueto viaggio verso la salvezza, condito da un abbondante e sin troppo invasivo backtracking, personaggi pronti a chiederci di fare il lavoro sporco al posto loro (mentre se ne stanno al solito ben rintanati chissà dove) ed i canonici corridoi metallici nella cui oscurità si cela sempre una minaccia. Derivativo all’inverosimile, con un atmosfera in bilico tra la già citata produzione Visceral ed il sempre presente Event Horizon, oltre che minato da alcune leggerezze di gameplay sin troppo macroscopiche, Syndrome cerca di ritagliarsi il suo posticino all’interno di questo abusato filone, finendo però per perdere pezzi ad ogni passo.

Fanteria dell’ospizio

E dire che a dispetto del plot tutt’altro che originale i primi minuti in compagnia della produzione Camel 101 sono anche interessanti, grazie ad un ritmo capace comunque di incuriosire quanto basta il giocatore, pur non mettendolo alla prova con pericoli reali, bensì limitandosi ad accompagnarlo all’interno del proprio universo. Le cose iniziano a farsi decisamente più raffazzonate non appena compaiono a schermo le prime minacce, complice un combat system che fa acqua da tutte le parti, sia che si parli di corpo a corpo che di scontri a base di armi da fuoco. Nel primo caso ci ritroveremo a lottare con hitbox completamente sballate, la lentezza di fondo del nostro personaggio e l’estrema resistenza delle creature avversarie, capaci di incassare un quantitativo ingente di colpi ma anche di mandarci al tappeto con un paio di sganassoni ben assestati. Le cose non migliorano di certo una volta impugnate pistole e fucili laser, a causa di un gunplay che sarebbe parso anacronistico anche nel 1993, a cui si accompagna un feedback delle armi e dei colpi totalmente assente. Ecco, quindi, che quando la situazione lo consente convenga adottare un approccio stealth, limitandosi ad evitare le minacce e procedere spediti verso il prossimo obiettivo. Anche in questo caso, però, la situazione non riesce ad essere esaltante, il tutto per colpa di un backtracking eccessivo e snervante e che ci porterà a percorrere più e più volte in lungo e in largo i vari piani della nave spaziale, talvolta apparentemente senza motivo. Chiude il cerchio delle pecche una scarsa reattività del sistema di controllo, che ha nella lentezza di risposta dell’inventario il suo punto più basso. Prova a risollevare le sorti della produzione la sezione VR del titolo (ovviamente su PS4), completamente scollegata dall’esperienza principale, che ci vedrà impegnati in un’esperienza di tipo puramente survival, in cui dovremo resistere il più a lungo possibile all’interno della struttura, recuperando sul campo munizioni e le chiavi necessarie per aprire le varie porte utili a sbloccare ulteriori sezioni della nave. Si tratta di un’opzione interessante sulla carta, ma che si porta in dote tutte le criticità della campagna e che non riesce ad intrattenere per più di una manciata di minuti.

Sotto il vestito niente

Per lo meno per quanto concerne l’atmosfera, pur se abusata e non propriamente ispirata, Syndrome riesce a svolgere in maniera egregia il proprio compito, riuscendo ad instillare nel player un senso di angoscia ed impotenza. Lo stesso design delle creature non è malvagio, peccato che il tutto sia animato in maniera alquanto rozza e poco convincente. Buono il sonoro, quasi interamente composto da campionature ambientali efficaci, così come discreto risulta essere il doppiaggio in lingua inglese. Lato VR è doveroso evidenziare come la resa estetica complessiva ne esca più che bene, restituendo un quadro decisamente ben definito e chiaro, anche se il merito è da ritrovare nella piccola porzione illuminata dalla nostra torcia che costituisce il cono visivo del giocatore. In questo caso la non certo elevata complessità poligonale e artistica della grafica di Syndrome risulta meno evidente e mercata che durante la fruizione tradizionale.

Syndrome ci prova, si impegna e si applica, ma alla fine il risultato che porta a casa non è certo dei migliori. Se si può chiudere un occhio davanti al setting stravisto risulta, invece, assai più ostico sorvolare sui limiti del gameplay e sulla scarsa efficacia delle meccaniche che sorreggono il peso di questa avventura.  A tratti tedioso a causa del backtracking e degli estenuanti caricamenti, complicato da un gunplay ed un combat system non certo di primo livello, Syndrome non riesce a dare un ultimo colpo di coda neppure grazie alla sua controparte per la realtà virtuale, finendo per risultare un horror sin troppo modesto e privo di reali motivi in grado di spingere all’acquisto.

  • Atmosfera abusata ma sempre interessante

  • Gameplay mediocre

  • Backtracking e caricamenti snervanti

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