Lost Sphear - Recensione

Quasi cristallizzata nel tempo e nello spazio, l’essenza dei jrpg si è prestata a numerosi tentativi di modernizzazione negli ultimi anni, tentativo estremo volto a rendere questo genere così tipicamente nipponico appetibile anche ai frenetici palati occidentali. Spesso, però, non sempre con risultati propriamente indimenticabili, soprattutto laddove i capitali investiti rasentavano cifre particolarmente consistenti. Ecco, però, che a giungere in soccorso dei giochi di ruolo in salsa di soia ci pensano produzioni e studi “minori”, come i ragazzi di Tokyo RPG Factory, che dopo I Am Setsuna tornano a farci respirare a pieni polmoni sensazioni fortemente anni ’90 con il loro Lost Sphear.

Il potere dei ricordi

Kanata è un orfano che vive nel villaggio di Elgarthe assieme agli amici Lumina e Locke. Nulla sembra poter turbare la loro tranquilla giovinezza, finchè un giorno, al ritorno da una breve escursione nei boschi che circondano la loro casa, trovano tutto svanito nel nulla, fagocitato da una misteriosa nebbia biancastra. È in questa occasione che il nostro Kanata scopre di essere in possesso di un misterioso potere che, attraverso l’uso dei ricordi di luoghi, oggetti e persone, gli consente di strappare all’eterno oblio le vittime di tale sinistro fenomeno. È questo l’incipit che da il via ad una storia non troppo complessa, perfettamente calata all’interno dei canoni del genere e che, pur non lesinando qualche colpo di scena, finirà per risultare un piacevole déjà vu per tutti i veterani dei ruolistici giapponesi. Infarcite di tutte gli stereotipi tipici di tali produzioni, a partire dal cast in cui figurano i classici topoi di quel modus narrandi squisitamente nipponico, le circa 25-30 ore necessarie a giungere ai titoli di coda di Lost Sphear scorrono comunque in maniera estremamente piacevole, complice soprattutto un gameplay old school ben costruito ed in grado di far tornare felicemente in mente emozioni sopite dal passare inesorabile degli anni.

Tra vecchio e nuovo

Il modo in cui Lost Sphear si distende tra le mani del giocatore lo rende simile ad una sorta di vero e proprio bignami dei jrpg vecchia scuola, a partire dalla peculiare modalità con cui sono gestiti i numerosi combattimenti che andremo ad affrontare. Tutto, per la gioia dei nostalgici di Chrono Trigger e compagnia, ruoterà attorno alla classica turnazione gestita dall’ATB, anche se non manca quel pizzico di rivoluzione in grado di rendere più moderno e dinamico il flow degli scontri. Particolare attenzione, difatti, dovrà essere prestata alla disposizione dei membri del nostro party sul terreno di gioco: questa potrà essere modificata liberamente durante ciascun turno e, così facendo, sarà possibile variare la portata di attacchi/magie/abilità, così come si potrà gestire in maniera più dinamica l’efficacia delle caratteristiche dei vari membri della squadra, magari tenendo a distanza gli elementi di supporto e inviando in prima linea guerrieri e simili. Da I Am Setsuna torna anche il Momentum, una particolare barra che si riempie man mano che svolgiamo azioni (suddivisa in tre step) e che, una volta completata, permette di amplificare la potenza del colpo che andremo ad infliggere. Da un certo punto della narrazione, inoltre, ad ampliare il novero di possibilità ci penseranno le Vulcosuit, esoscheletri meccanici richiamabili in qualsiasi momento e dotati di poteri unici particolarmente devastanti. Ovviamente non si potrà abusare del loro aiuto, dato che la loro gestione è relegata ad un apposito indicatore (condiviso tra tutti i membri della squadra) che, una volta esaurito, renderà inutilizzabili le Vulcosuit. L’utilizzo di questi mezzi che fanno tanto Xenogears non sarà, comunque, relegato alla sola lotta, dato che il loro aiuto si rivelerà talvolta fondamentale durante l’esplorazione dei non estesissimi dungeon di cui Lost Sphear è costellato. Questa voglia di proporre una declinazione leggermente più moderna dei classici meccanismi dei jrpg storici, si riflette anche nel modo in cui Tokyo RPG Factory ha impostato la gestione dei combattimenti casuali: questi non compariranno in maniera randomica durante l’esplorazione, dato che i mostri saranno sempre ben visibili e starà a noi decidere se affrontarli o meno, così da livellare il nostro party. Dato che in ogni istante è possibile abbassare o aumentare ili livello di difficoltà generale, il team ha visto bene di lasciare ai giocatori la possibilità di rendere Lost Sphear più o meno accessibile. Questa volontà emerge anche dall’implementazione del quicksave, disponibile in qualsiasi momento, che va ad affiancare i classici save point fissi. Piacevolmente inedita la funzione della mappa del mondo che, pur non presentando combattimenti come vorrebbe la tradizione, finirà per avere un ruolo attivo all’interno della gestione tattica: in alcuni punti, difatti, Kanata potrà sfruttare i propri poteri per erigere particolari artefatti (a patto di aver recuperato le memorie necessarie) che, a seconda della loro tipologia, andranno a conferire particolari bonus.

Fantasia Finale?

A livello puramente artistico, Lost Sphear è un titolo in grado di richiamare alla mente in maniera prepotente atmosfere già vissute e giocate, al punto che in più di un’occasione verrà il (positivo) dubbio di star giocando all’ennesimo remaster di un classico. A livello personale non ho potuto fare a meno di rivedere nei vari ambienti di gioco dei forti richiami a Final Fantasy IX e (soprattutto) VII, così come l’efficace orchestrazione non ha mancato di richiamare le partiture più celebri dell’immenso Uematsu-san. Resta il rammarico al cospetto di una realizzazione degli elementi di contorno davvero dozzinale e abbozzata, che ha negli orrendi menu di gioco la sua manifestazione più evidente. Spiace anche constatare, visto che parliamo comunque di una produzione nata sotto l’ala protettrice di Square Enix, la totale assenza della localizzazione in italiano: va bene che si tratta di un omaggio ad un’epoca ludica lontana, quando anche il solo pensare di andare oltre l’inglese era quasi oltraggioso, ma almeno in questo caso una coerenza minore non ci sarebbe dispiaciuta.

Ritratto felice di un giovane vecchio, è così che mi piace definire il nuovo lavoro di Tokyo RPG Factory. Lost Sphear, difatti, è un palese quanto sentito omaggio a quel modo di intendere la ruolistica giapponese che tanto sembra mancare ai fan della prima ora, un atto d’amore che però non si risparmia di scrollarsi di dosso qualche vecchia ruggine, senza però che questo finisca con intaccare il quadro generale dell’opera. La produzione giapponese non osa troppo e non spinge con prepotenza sul pedale dell’innovazione, concentrarsi sul proporre un’esperienza solida e convincente. A patto di non vedere di buon occhio “l’imperdonabile” imbarbarimento subito da uno dei generi storici dell’intrattenimento videoludico.

  • Fortemente, smaccatamente, dannatamente old school

  • Gameplay solido

  • Uso della world map interessante

  • Fortemente, smaccatamente, dannatamente old school

  • Longevità inferiore alla media

  • Assenza di localizzazione

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