Ironcast - Recensione

Quando pensi che una formula ludica abbia già dato tutto il possibile, che non ci sia spazio per il tanto ricercato fattore novità e sei convinto di trovarti al cospetto dell’ennesimo titolo fotocopia ecco che, a tradimento, ti trovi costretto a rivedere tutte le tue aspettative. Grazie Ironcast!

A tutto vapore!

Il 1886 deve essere stato un anno grandioso. Oltre ad aver visto proliferare la stirpe dei Lycan, segnato l’ascesa inarrestabile dei baffi e aver coperto il mondo con il suo tipico vapore steampunk, il quattordicesimo anno antecedente all’inizio del ventesimo secolo ha portato anche alla scoperta di un nuovo materiale: la voltite. Estremamente resistente e versatile non ci volle molto tempo prima che venisse impiegata in ambito bellico, dando origine a mech letali denominati per l’appunto Ironcast. Le armi, lo sappiamo, sono però inutili senza una bella guerra a corredo. Ecco quindi che Francia ed Inghilterra scendono in campo, con la prima nazione decisa ad invadere il regno di sua maestà grazie a questi nuovi ritrovati bellici. È qua che entriamo in scena noi, un pilota di Ironcast britannico che avrà il compito di respingere l’invasione attraverso una serie di missioni, che culmineranno con l’immancabile scontro finale con il leader avversario.

Fu-sio-ne!

Non lasciatevi ingannare dall’apparente somiglianza con la platea sconfinata di puzzle game legati alla meccanica del match tree. È sempre vero che in Ironcast il susseguirsi dei turni di gioco sarà scandita da fasi in cui dovremo collegare con una linea dei simboli colorati, ma questa non è altro che la punta di un iceberg ben più corposo. Tale fase servirà principalmente ad incamerare risorse utili al funzionamento del nostro mezzo: i proiettili serviranno ovviamente per sparare, l’energia ad attivare gli scudi e il movimento, il refrigerante ad evitare il surriscaldamento dell’Ironcast, mentre i kit di riparazione torneranno utili per mantenere operative le varie apparecchiature. Il nostro bipede, difatti, ospiterà a bordo quattro differenti strumenti, suddivisi equamente tra difesa ed offesa. Al termine dei tre turni di raccolta risorse sarà possibile, quindi, scegliere se fare fuoco e con quale arma, iniziare a muoversi per rendere più difficoltoso il colpirci, oppure innalzare gli scudi. Il tutto tenendo ovviamente in considerazione quanto raccolto precedentemente. Terminata anche questa fase il turno passa al nemico e così via finché uno dei due contendenti non vede esauriti i propri punti vita. Superare una missione ci consentirà di accumulare denaro, punti esperienza e manodopera (la cui utilità verrà fuori in occasione della boss battle finale), oltre che a mettere le mani sui componenti avversari utili per potenziare il nostro mech. È a questo punto che entra in campo la natura ruolistica del titolo Dreadbit: giunti all’officina potremo investire il bottino per sviluppare upgrade per accrescere le caratteristiche dell’Ironcast, oppure equipaggiare abilità passive e attive garantite ad ogni passaggio di livello. Le variabili, sotto questo punto di vista, sono davvero molte e possono essere ulteriormente sviluppate acquistandone di nuove grazie a dei badge che è possibile reperire durante le battaglie. Questi permetteranno anche di sbloccare piloti e bipedi inediti, ognuno dotato di peculiari caratteristiche. Poggiandosi però su di una struttura mutata dai roguelike, il nostro alter ego potrà essere scelto solo ad inizio campagna, campagna che si interromperà bruscamente in caso di game over e che ci vedrà costretti a cominciare da capo il tutto. Va detto, comunque, che ogni partita presenta una progressione sempre differente, anche se la molteplicità delle varie missioni si esaurisce un po’ troppo in fretta. Il punto di forza di Ironcast più che nella sua estrema varietà risiede interamente nel gameplay stratificato, in grado di rappresentare una vera boccata di aria fresca in un panorama indipendente sin troppo ancorato ad un ristretto manipolo di generi oramai stantii e sin troppo abusati. Soggettivo il giudizio relativo alla longevità: se è vero che una singola campagna può essere portata a termine in poco meno di due ore, la completa assenza di una modalità multiplayer (che sarebbe stata una felicissima aggiunta) fa poggiare la permanenza del gioco sui vostri hard disk unicamente sulla voglia di provare le varie combinazioni di variabili. È pur vero, però, che se si riesce a passare le ore davanti ad un Tetris in grado di esaurire le sue sorprese in una manciata di secondi…

Prestazioni appannate

L’aspetto tecnico di Ironcast è inversamente proporzionale alla bontà del suo gameplay. La scena, interamente realizzata in 2D, è quanto mai basilare e anonima, con i soli modelli dei mech ad elevarsi leggermente al di sopra di tutto il resto. Scarno anche il comparto sonoro, privo di un qualsiasi elemento in grado di rimanere impresso nella memoria dei giocatori. Impresentabili, inoltre, alcune incertezze dello scrolling parallattico in alcuni livelli. Insomma, se il giudizio si fermasse qua sarebbe un mezzo disastro.

Capace come è di prendere e personalizzare differenti meccaniche per fonderle in un unicum sicuramente originale e curato, Ironcast non può vedersi penalizzato a causa del suo imbarazzante aspetto grafico. Il gameplay della produzione Dreadbit, difatti, è talmente solido da sovrastare tutto il resto. Se solo avessero inserito una modalità multiplayer…

Rispondi

Per rispondere devi entrare o registrarti.