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Recensione Graveyard Keeper

di: Federico Lelli

Essere videogiocatori vuol dire che si possono indossare i panni di qualunque eroe e vivere praticamente ogni situazione possibile sulla propria pelle, anche la più grottesca, quindi perché non provare a diventare un becchino medievale in Graveyard Keeper di Lazy Bear Games?

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Dell’uomo non si butta via nulla

Catapultati in un luogo e in un tempo a noi sconosciuti dopo un incidente ci troviamo davanti a un teschio parlante che ci avvisa che la nostra professione adesso è quella del guardiano del cimitero. Spaesati ma risoluti cominciamo a seguire le indicazioni che ci portano alle nostre prime mansioni: sistemare le tombe, prendere i cadaveri consegnati da un asino parlante comunista e recuperare da questi tutto quello che può esserci utile prima di seppellirli.

Ogni operazione da affrontare, anche se può sembrare semplice nel concetto, per essere completata ha bisogno di diversi passaggi che possono essere molteplici: come il raccoglimento delle risorse adeguate, l’acquisizione di nuove conoscenze e spesso il nostro duro lavoro a fare da collante.

Con una visuale a volo d’uccello e con i comandi tipici del genere, il mondo pixellato sarà presto a nostra disposizione per essere esplorato rivelando un villaggio pieno di personaggi, usati principalmente per commerciare, e diverse aree dove raccogliere e trovare sempre nuovi materiali che andranno poi trasformati in continuazione usando le ricette di crafting del gioco.

Da questo punto di vista Graveyard Keeper non si discosta molto dai vari simulatori/gestionali che lo hanno preceduto, come il classico Harvest Moon o il più recente Stardew Valley che ha contribuito a riportare in voga il genere. Quello che caratterizza il titolo, oltre al suo dark humor, è la poca voglia nel guidare il giocatore, mista all’estrema mole di cose da fare: capiremo presto infatti che uscendo dal cimitero avremo infinite possibilità di espandere le nostre conoscenze, a partire dalla semplice agricoltura fino ad arrivare all’alchimia.

Portare avanti tutte queste sfide può essere un obiettivo estremamente tedioso che richiederà diverse ore ma sarà quasi sempre necessario perché molto spesso le quest ci porteranno a sviluppare una tecnologia particolare o a risolvere un problema specifico che a sua volta si porterà a cascata decine di altri task propedeutici da risolvere. Una volta entrati nel loop di mansioni interconnesse di Graveyard Keeper l’impressione è che non ci sia mai un momento per godere dei propri risultati ma che si sia sempre in ritardo e con una nuova scadenza in un grind praticamente infinito.

Graveyard Keeper non tiene per mano il giocatore e a volte le ramificazioni delle quest sono così complesse che si fa fatica a seguire un filo logico, complice anche un menù non proprio chiarissimo e la tendenza degli NPC ad essere particolarmente sibillini. È uno di quei giochi dove avere la wiki a portata di mano può darvi la direzione corretta o farvi comunque risparmiare un sacco di ore.

Con uno stile retrò da vecchia scuola il titolo si presenta in maniera abbastanza tradizionale: i suoi sprite sono abbastanza dettagliati e curati e il mondo di gioco è relativamente esteso e vario. Anche se non si può certo definire un gioco intensivo per l’hardware si notano sulla Xbox One stuttering abbastanza frequenti quando si cammina nella mappa, probabilmente dovuti al caricamento delle aree, sicuramente risolvibili con un po’ di ottimizzazione.

Graveyard Keeper è uno di quei giochi che si presenta più come un lavoro che come un divertimento ed è sicuramente rivolto ad un target molto preciso di giocatori masochisti e/o ossessivo-compulsivi che trovano piacere nel grind infinito e nell’esplorare le mille implicazioni che il titolo si porta dietro, e lo diciamo senza voler minare in alcun modo le cose che il gioco fa bene. Tutti gli altri abbandoneranno il gioco dopo qualche ora presi dallo sconforto e dalla frustrazione.