The Post – Il mito americano - Cinema Recensione

The Post è forse il film più americano che vedrete quest’anno.

Lo è nel cast (Tom Hanks e Meryl Streep, diretti da Steven Spielberg), lo è nella storia (la pubblicazione di documenti riservati sul Vietnam da parte del Washington Post negli anni ’70), ma soprattutto lo è nel suo volersi imporre come racconto mitico.

Siamo nel 1971, il Washington Post è un buon giornale, vero, ma è un buon giornale locale. Kay Graham (Streep), che ne è l’editrice, vorrebbe fargli fare il salto di qualità, soprattutto economico, quotandolo in borsa. Dall’altra parte, Ben Bradlee (Hanks), capo redattore, è abbastanza stufo del lavoro da dignitoso giornale locale, ed è alla ricerca della notizia, della battaglia in grado di farlo salire di livello. Questa battaglia saranno i Pentagon Papers.

The Post, però, non si concentra tanto su cosa dicono o su come sono stati scoperti questi documenti – cioè, per carità, hanno un enorme spazio nel film -, ma quello che interessa Spielberg è intavolare un racconto mitico sul ruolo della stampa. Infatti, non fu il Washington Post a scoprire e divulgare per primo i Pentagon Papers, bensì il New York Times. Ma appena dopo un paio di pubblicazioni, gli fu ingiunto di fermarne la diffusione. E’ in questo cortocircuito fra potere governativo e stampa che si inserisce il Washington Post, decidendo di continuarne la pubblicazione.

Parlare della trama di The Post risulta particolarmente noioso perché non è un film che vive di colpi di scena o d’azione. Molto è basato sui dialoghi e su proclami, più o meno ben inseriti nel racconto, riguardo la stampa, il suo ruolo e l’importanza della distanza fra stampa e potere. Una roba che, mi rendo conto, potrebbe risultare di una noia mortale detta così, ma che in mano a Spielberg non solo è interessante, ma arriva a coinvolgere emotivamente lo spettatore. Il film riesce nell’ardua impresa di rendere emozionante il momento in cui il Washington Post vince la sua battaglia per la libertà di stampa.

Questo coinvolgimento è dovuto, innanzitutto, alla regia di Spielberg, che non è mai statica. La macchina da presa si muove quasi costantemente, in modo fluidissimo, seguendo i personaggi, che si muovono altrettanto. Vengono varcate continuamente porte, ci si muove per la stanza, si corre. E se si sta fermi, il montaggio risulta comunque veloce, dinamico. Spielberg fa di tutto per mantenere viva l’attenzione del pubblico: sa che per coinvolgerlo emotivamente è necessario prima di tutto coinvolgerlo fisicamente.

Certo, non è un film perfetto. In particolare, oltre a qualche tirata eccessivamente didascalica, il personaggio che ne esce costruito peggio è quello dell’editrice Kay Graham, interpretato dalla Streep. Graham è una donna profondamente legata alla sua epoca, un’epoca in cui il padre preferisce passare il giornale, e l’impero, al marito della figlia anziché alla figlia. E’ una donna che si ritrova al comando solo perché il marito si è suicidato. E’ spesso sballottata, insicura, considerata poco più che una pezza da piedi da chiunque. Inizialmente appare perfino un po’ sciocchina. Eppure, al termine del film risulta come una donna forte e capace di imporsi. Se il cambiamento di per sé è più che comprensibile, ciò che spiazza è piuttosto la repentinità e, soprattutto, l’artificiosità con cui accade. Questo perché in fondo The Post non vuole essere un racconto di persone.

Qualche giorno fa mi lamentavo di come L’ora più buia fosse propaganda interventista malcelata e ora mi ritrovo qua a parlare bene di un film che potrebbe essere tacciato delle stesse mire. Ora, per onestà intellettuale (che non è che abbia molta) mi viene da dire che comunque se uno è propaganda interventista e un altro è propaganda per la libertà di stampa, a me tanto basta per farmi stare sul cazzo uno e star simpatico l’altro; ma a parte questo, la differenza sta nel fatto che The Post non vuole unicamente incensare il Washington Post o i suoi giornalisti. E’, bensì, la narrazione del ruolo fondativo che ha avuto la stampa nella storia americana (non a caso il collegamento finale con il Watargate), che Spielberg eleva a racconto mitico sul ruolo sociale che ha la stampa come cane da guardia, indipendente da qualsiasi ingerenza del potere governativo e politico.

Insomma, “The Post” non è solo il più americano fra il film, ma probabilmente anche fra i miti.

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