La Forma dell’Acqua: The Shape of Water – Guillermo e l’amore senza confini - Cinema Recensione

Si parlava, ieri, dopo l’anteprima stampa, nel breve viaggio in metro verso casa, di quanto alcuni registi, col passare degli anni, diventino romantici. Guillermo del Toro sembra essere uno di quelli. E dire che siamo sempre stati abituati a vederlo come il regista che popolato di mostri la nostra fantasia, con la sua visione dark e grottesca del cinema e del mondo.

Nei primi anni ’60 il governo degli Stati Uniti riesce a catturare un essere anfibio dalle fattezze umane che le tribù dell’Amazzonia venerano come un Dio. Al contempo i servizi segreti russi tramano per mettere le mani sulla creatura. Elisa, un’addetta alle pulizie divenuta muta in seguito a un incidente, comincia ad avvicinarsi a questa creatura, fino a scoprire di amarla. Sarà l’inizio di una rocambolesca fuga verso la libertà.

Shape of Water (in Italia La forma dell’acqua) è una pellicola importante nella filmografia di del Toro. E’ il film che gli è valso il Leone d’oro al Festival di Venezia. E’ il film che gli ha fatto vincere il Golden Globe come miglior regista ed è il film con cui, probabilmente (noi facciamo tutti il tifo per lui, perchè gli vogliamo un bene dell’anima), si giocherà anche un bel po’ di Oscar. E’ una bellissima storia d’amore che parla di libertà e sacrificio, di uomini e mostri (e qui, come di consueto, la linea che divide le due categorie è sottilissima) e di apnee. L’apnea di una ragazza che ha perso la voce ed è costretta a esprimersi a gesti, risultando invisibile al resto del mondo. L’apnea di un uomo che non è libero di vivere la propria sessualità e il cui talento non è più riconosciuto come tale. L’apnea di chi è costretto a vivere una doppia vita, di chi considera la sua una continua rincorsa al successo professionale, di chi vive un matrimonio castrante e i cui giorni si assomigliano ormai tutti. E’ una continua lotta per riprendere fiato, quella di tutti i protagonisti di Shape of Water. Persone che vivono in una società popolata da mostri. Mostri invisibili che non hanno squame, non respirano sott’acqua e non hanno poteri magici. Quei mostri che fanno sentire diverse, sole e abbandonate le persone. Mostri che ti fanno sentire un mostro. Scorie maligne che solo quella pioggia perentoria e salvifica è in grado di eliminare.

E poi si parla dell’amore. L’amore quello assoluto e universale, che senza scendere nel clichè abbatte le barriere e fa sembrare perfettamente plausibile (che dire “normale” sarebbe stato fuori luogo) il sentimento che lega Elisa e la creatura. del Toro riesce a creare un modo dove la realtà è sospesa ed in cui la protagonista è stanca di vivere (concetto sottolineato con un’eleganza infinita attraverso una sequenza in stile musical che vi scalderà il cuore), arricchendolo con il retaggio della sua infinita cultura cinematografica. C’è il cinema muto degli anni ’20, c’è Il mostro della laguna nera (di cui del Toro avrebbe voluto girare un remake) ma ci sono anche i film di spionaggio del dopoguerra, c’è la Disney (mentre scrivo mi imbeccano insistentemente per evidenziare il parallelismo con La bella e la bestia) e, infine, c’è un Guillermo del Toro che sembra aver raggiunto una consapevolezza autoriale e una maturità registica raggelanti, facendo passare in secondo piano anche una certa attitudine autoreferenziale. La forma dell’acqua è cinema allo stato puro, quello che salta fuori dallo schermo e ti si avvinghia alle caviglie, risalendoti attraverso un brivido lungo la spina dorsale fino al collo e comincia a stringere, perchè sai che una volta arrivato ai titoli di coda, tornerai a sentirti in apnea, quella di cui si parlava qualche rigo più su.

Non stiamo parlando di un film perfetto, sia chiaro. Perchè se proprio si vuole cercare il pelo nell’uovo, bisognerebbe segnalare una leggera frenesia che si impadronisce della parte centrale del film, quando il rapporto iniziale tra Elisa e il Mostro sarebbe dovuto essere affrontato con maggiore profondità ed invece si ha la sensazione che del Toro tiri leggermente via quella parte. Gli si perdona questo peccatuccio veniale? Gli si perdona, anche solo per la magnifica sequenza iniziale, per una colonna sonora che ti fa venire voglia di ballare con la persona che ami in mezzo alla sala o anche solo per l’interpretazione dell’incantevole Sally Hawkins, che mette una seria ipoteca sull’Oscar come migliore attrice protagonista. E in tutto questo il mostro? Il mostro, più che un co-protagonista, è lo specchio delle contraddizioni altrui, il contrappeso dei fallimenti delle persone che lo circondano e il Dio che nessuno di loro ha il coraggio di pregare. Shape of Water è un film che si basa su equilibri delicatissimi e che non scade mai in facili sentimentalismi. E’ sincero e spontaneo e per dimostrarlo stempera continuamente i toni con un umorismo semplice e mai fuori luogo, che riesce a strappare sempre e comunque un genuino sorriso.

Sapete di cosa viene voglia una volta terminata la visione? Di innamorarsi, viene voglia di innamorarsi…E di tornare a respirare.

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