Chiamami col tuo nome – Ricordati di Amare - Cinema Recensione

Nord Italia, 1983. Nell’estate della provincia padana non c’è mai molto da fare ed Elio (Timothée Chalamet) è costretto a cedere la sua stanza per sei settimane ad Oliver (Armie Hammer), uno studente straniero scelto per una vacanza studio dal padre del primo ragazzo, il professor Perlman. La differenza tra i due è immediatamente evidente, prima di tutto dal punto di vista fisico: Oliver svetta con un corpo statuario che richiama i canoni classici di bellezza mentre Elio è più efebico, quasi androgino nella sua esilità; in maniera simile i due si scontrano caratterialmente, uno più spigliato e avventuroso, l’altro più introverso e riservato.

I primi screzi si trasformano però prima in un’amicizia e con piccoli passi in quello che in teoria dovrebbe essere uno spoiler, ma la campagna mediatica del film (e tutta la comunicazione che lo riguarda) ne parlano abbastanza apertamente quindi vi dico senza problemi che i due ragazzi si innamorano.

Chiamami col tuo nome non vuole però necessariamente parlare di omosessualità, anzi, è una questione che la sceneggiatura di James Ivory non si pone nemmeno, perché il focus è sempre quello delle emozioni che i due ragazzi provano, in particolare Elio che viene seguito in maniera più approfondita dall’occhio attento di Luca Guadagnino (che con questa pellicola, il 4 Marzo a Los Angeles, si giocherà ben 4 Oscar, incluso quello come miglior film). Timothée Chalamet, che interpreta il giovane protagonista diciassettene, è infatti una delle grandi sorprese di questo film dove dimostra grandissime capacità personali (tra cui parlare fluentemente tre lingue e suonare due strumenti) e attoriali, rendendo estremamente credibile la sua interpretazione.

L’estate più importante di Elio ci passa quindi davanti agli occhi in quella che è una tipica storia di coming of age: le prime incertezze nell’approcciare il prossimo, le prime sperimentazioni con la sessualità, le prime delusioni; emozioni rese ancora più forti proprio dalla sua giovane età, inesperienza e dall’assenza di quegli anticorpi e di quelle barriere che tutti innalziamo andando avanti con gli anni per proteggerci.

L’estetica e i richiami classici tornano molto spesso nella pellicola ad anticipare o ribadire quasi tutte le scelte di narrazione: a partire dai discorsi intellettuali di casa Perlman, un ambiente a metà tra una comune hippie e un salotto buono, fino all’approccio dei due ragazzi, paragonato ad una novella dell’Heptaméron. In maniera quasi stilnovista i due ragazzi sono corrosi dalle paure affrontate dai poeti ma allo stesso tempo sono alimentati dalla passione ardita e dal fervore indomabile dell’amor cortese.

Guadagnino da parte sua ci mette una grande sensibilità sia nelle scene più intime, che non hanno paura di essere sensuali ma mai estremamente volgari, sia nelle scene più mondane, dove nessun dettaglio è lasciato al caso, a volte anche ammiccando in maniera volontaria allo spettatore. Ottima visione anche nella scelta della location: le province di Cremona, Brescia e Bergamo sono una parte dell’Italia cinematograficamente poco nota ma che riescono a dare scorci meravigliosi e che arricchiscono sicuramente l’esperienza puramente estetica ed emozionale che il film vuole comunicare.

De André in Giugno ’73 cantava “È stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati” e il padre di Elio raggiunge una conclusione molto simile nel suo splendido monologo finale al ragazzo, ad estate ormai conclusa. Non ci rimane che empatizzare per l’ultima volta con Elio e con il suo sguardo magnetico mentre usciamo dalla sala con il cuore un po’ più alleviato e con un po’ più di fiducia verso l’Amore con la A maiuscola.

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