Yakuza: i perché di un amore - Approfondimento

L’amore è un sentimento imprevedibile, davvero impossibile da avvertire o anche solo anticipare. Sarà per questo motivo che quando scocca la proverbiale scintilla ci si rende immediatamente conto della sua incredibile potenza. Che poi è un po’ quello che è successo a me con la saga di Yakuza, con le nostre strade che si sono incontrate ovviamente in modo del tutto casuale, solo per finire avvinghiate in un legame che oramai da più di 10 anni non fa altro che rinforzarsi ad ogni nostro travolgente incontro. E siccome quando si è preda dei sentimenti si vorrebbe gridare al mondo tutta la nostra gioia, ecco che voglio rubarvi una piccola frazione del vostro tempo per provare a spiegarvi i motivi di questa voluttuosa infatuazione.

Paragoni inopportuni

Quando sento  o leggo “ah, ma è il GTA con i giapponesi” mi sale davvero la carogna. Sì, perché vedere sminuito in maniera così brutale l’universo ideato da quell’assurdo personaggio che risponde al nome di Toshihiro Nagoshi è un errore che trasuda una imbarazzante superficialità. Sarà perché odio le generalizzazioni, oppure anche solo il dover per forza di cose assimilare ad un concept così banalmente mainstream un’opera che non ha davvero niente a che spartire con il contenitore targato Rockstar. Yakuza è Yakuza, un qualcosa di fortunatamente simile solo a sé stesso, e questo non può che essere un vanto. Vabè, l’ombra di Shenmue è ovviamente presente in controluce, in fondo Nagoshi-san è stato un collaboratore di Yu Suzuki, ma anche in questo caso il tirare in ballo la mitologica saga SEGA sarebbe una forzatura. Sì, perché nonostante le innegabili similitudini, tali da portare a considerare l’epopea di Kazuma Kiryu una sorta di spirituale eredità del lavoro di Suzuki, nel corso degli anni questo franchise è riuscito a costruirsi una propria e solida identità, limando poco alla volta i propri spigoli ed ampliando in maniera talvolta impercettibile, ma costante, meccaniche e contenuti. Ingessato, legnoso e lontano anni luce dagli eccessi ludici e tecnici visibili oggi nell’episodio Zero, il Kazuma degli esordi ha potuto però beneficiare sin da subito di un set di elementi, talvolta sin troppo sottovalutati, in grado di sopperire alle sue iniziali ingenuità: è innegabile, difatti, come il lavoro di scrittura che accompagna la serie si sia sempre assestato su livelli altissimi, riuscendo a tratteggiare un torbido universo in cui onore, criminalità e sentimenti si fondono in maniera magistrale, restituendoci un cast che, tra punti fermi e non, è impossibile non amare. Il tutto calato all’interno della fascinosa rilettura videoludica, fedele in una maniera che ha del maniacale, di quella Kabukicho che chiunque sia mai stato a Tokyo non potrà che ritrovare nella digitale Kamurocho.

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Il cazzeggio nobilita l’uomo

E già anche solo gettando un’occhiata sfuggente alla mappa di questo quartiere, teatro principale della quasi totalità delle vicende, si potrebbe intuire la prima è più macroscopica differenza con il citato GTA: il mondo di Yakuza, difatti, non ha bisogno di chilometri e chilometri da percorrere, magari senza un reale scopo, per giustificare i suoi raccordi ludici. Kamurocho è uno spazio ristretto, percorribile nella sua interezza in pochissimi minuti, ma la densità delle attività che è in grado di offrire ha dell’incredibile. Al netto delle quest principali, difatti, è possibile perdersi letteralmente nei suoi meandri, senza avvertire minimamente la sensazione di stare cazzeggiando, perdendo tempo solo per annacquare una longevità che altrimenti finirebbe per esaurirsi in un soffio. Ogni attività collaterale, difatti, gode di una qualità realizzativa assoluta, capace davvero di trasformarla in un vero e proprio gioco nel gioco: che si tratti dell’immancabile karaoke, del biliardo, del bowling, oppure delle recentissime corse di automodelli (e ho lasciato fuori tantissima roba!), tutto è realizzato in modo convincente e altamente professionale, con una profondità che difficilmente può essere ritrovata in passatempi metaludici analoghi. Anche le subquest, presenti in quantità massiccia, tendono ad ingrossare felicemente questo florilegio di opzioni, il tutto grazie a situazioni capaci di spaziare dal serio all’assurdo in un manciata di secondi: quando mai ci potrebbe ricapitare di sfidare in una impossibile gara di ballo il compianto Michale Jackson? Ok, magari è solo un sin troppo somigliante quasi omonimo, ma la resa finale è ugualmente devastante per il giocatore. E non manca anche un occhio di riguardo agli amanti del retrogaming, che nelle immancabili sale giochi targate SEGA ritroveranno riprodotti in maniera fedele alcuni classici della storica casa. Il tempo vola, le ore si accumulano, ma la voglia di dire basta è praticamente scongiurata ad ogni passo: quando quantità fa davvero rima con qualità. A tal proposito, giusto in questi giorni, in attesa di tuffarmi su Yakuza Kiwami, mi sono rifatto un giro sullo Zero, tanto per chiudere alcune questioni rimaste in sospeso, finendo con il rimanere basito al cospetto dei miei progressi: dopo oltre 50 ore, una main quest terminata e un cospicuo quantitativo di missioni secondarie in archivio, la percentuale di completamento era ferma ad un misero 40%.

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Botte da orbi

Bene, abbiamo capito che Yakuza offre tanto, oltre a farlo in maniera variegata, ma in fondo è bene non dimenticare come il nocciolo del suo gameplay affondi le proprie radici all’interno dei brawler a scorrimento, capaci di far consumare intere paghette nei gloriosi anni ’90. Sì, perché al netto dello spietato mondo criminale che tratteggia, in cui la morte e gli omicidi ci attendono dietro ad ogni passo, sembra quasi che tutto ruoti attorno alla nobile arte di menare le mani. Ogni situazione, difatti, sia che si tratti di un regolamento di contri tra clan rivali, ma anche un apparentemente tranquillo appuntamento amoroso, sembra potersi risolvere solo prendendo a pugni tutto quello che si muove. Un limite? Anche in questo caso giudicare con leggerezza sarebbe sinonimo di superficialità. È davvero difficile da spiegare a parole, ma il modo in cui una simile meccanica viene ciclicamente proposta all’interno del gioco si dimostra convincente e coerente ad ogni scontro. Certo, soprattutto agli inizi non era proprio perfetta, ma come tutto il resto è andata migliorando nel corso degli anni, crescendo di pari passo con i suoi utilizzatori che, è bene ricordarlo, rappresentano comunque il maggiore punto di forza di questa serie. Kazuma, Majima (lo adoro, non posso farci nulla), Haruka e tutti gli altri sono il biglietto da visita di un universo incredibilmente sfaccettato, di sicuro non molto amichevole nei confronti di coloro che sono refrattari al modo tipicamente nipponico di intendere il medium videoludico: silenzi che si alternano a lunghi dialoghi, cinematiche ingombranti e situazioni che rasentano talvolta l’assurdo (dai Kiryu-chan, ancora non mi spiego come sei riuscito a schivare quei razzi!) mal si sposano con chi predilige l’azione ipertrofica di troppe produzioni occidentali. Eppure, a patto di avere la pazienza e la voglia di provare davvero qualcosa di nuovo, saranno sufficienti pochissime ore per far nascere in voi il desiderio di avere un enorme dragone tatuato sulla schiena.

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Ecco, il 2017 è più che mai l’anno giusto per avvicinarsi a Yakuza, visto che tra l’episodio Zero (un prequel a tutti gli effetti) e l’imminente Kiwami, tutti i player che hanno avuto timore di avvicinarsi a questo complesso universo potranno farlo nella maniera più indolore possibile. Certo, resta lo scoglio della lingua inglese, ma la terminologia utilizzata non è mai estremamente ardua da comprendere. Discorso diverso se vorrete memorizzare tutti i nomi degli innumerevoli personaggi con cui interagiremo. Ma questa è un’altra storia…

2 Commenti a “Yakuza: i perché di un amore”

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